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Perché Alcune Persone Faticano a Sentire le Proprie Emozioni

Molte persone descrivono il proprio mondo interiore con parole simili: “So che c’è qualcosa, ma non riesco davvero a sentirlo.”
Non sono emotivamente piatte in modo evidente. Funzionano bene, spesso molto bene. Pensano con lucidità, riflettono in profondità e parlano di emozioni con precisione. Eppure, quando si tratta di vivere ciò che provano—tristezza, rabbia, paura, persino gioia—rimane una distanza. Una sorta di nebbia. A volte, un vuoto difficile da spiegare.

Questa esperienza è molto più comune di quanto si creda e raramente indica un problema clinico. Nella maggior parte dei casi, racconta la storia di un sistema che ha imparato, in passato, che la presenza emotiva non era l’opzione più sicura.

Uno degli aspetti più fraintesi della vita emotiva è la differenza tra sapere cosa si prova e sentirlo davvero. Molte persone sanno descrivere con accuratezza il proprio stato emotivo senza avere alcun contatto corporeo o affettivo con quell’esperienza. Possono analizzare le proprie reazioni, ricostruire il passato, formulare insight, restando però interiormente distanti. Questo non è immaturità emotiva. È, più spesso, una strategia appresa.

Per molte persone, la disconnessione emotiva prende forma in contesti precoci in cui le emozioni non venivano accolte con contenimento. Potevano essere minimizzate, criticate o vissute come fonte di tensione e instabilità. In alcuni ambienti, esprimere emozioni significava creare problemi, appesantire gli altri o esporsi a reazioni imprevedibili. Il sistema nervoso, allora, si adatta. Impara a privilegiare il controllo, il pensiero e la prestazione, non perché le emozioni non contino, ma perché un tempo rappresentavano un rischio.

Col passare del tempo, questa modalità diventa automatica. Non c’è una scelta consapevole di allontanarsi dalle emozioni. Semplicemente, non arrivano fino in fondo. Molte persone interpretano questo come un difetto personale, quando in realtà si tratta di un funzionamento che, in passato, aveva una sua logica.

Un’espressione frequente di questo adattamento è l’intellettualizzazione. Alcune persone parlano in modo estremamente lucido delle proprie esperienze, dei traumi o delle dinamiche relazionali, restando però emotivamente distaccate dalle loro stesse parole. Questo viene spesso scambiato per evitamento. Dal punto di vista clinico, è più corretto leggerlo come una forma di protezione. A un certo punto, pensare è stato più sicuro che sentire.

È fondamentale ricordare che le emozioni non sono solo eventi mentali. Sono esperienze corporee, che coinvolgono il respiro, la tensione muscolare, il battito cardiaco, le sensazioni interne. Quando le persone faticano a sentire le emozioni, spesso il corpo parla al loro posto, attraverso stanchezza cronica, mal di testa, rigidità, irrequietezza o un malessere diffuso e indefinito. Il problema non è l’assenza di emozioni, ma una disconnessione tra il corpo e la consapevolezza.

Molti cercano di risolvere questa difficoltà forzandosi a sentire di più, come se l’intensità potesse rompere il blocco. Questo tentativo raramente funziona. Il sistema nervoso non risponde alla pressione, ma alla sicurezza. L’accesso emotivo torna lentamente, in contesti in cui non c’è urgenza, richiesta di performance emotiva o timore di conseguenze.

La capacità di sentire non è qualcosa che si possiede o si perde definitivamente. È una funzione relazionale, costruita nel tempo, che può essere ricostruita allo stesso modo. Attraverso sintonizzazione, pazienza e spesso un percorso terapeutico, le persone iniziano a percepire le sensazioni, poi le emozioni, e infine il significato. Quando le emozioni tornano, non sono sempre piacevoli. Ma sono radicanti. Restituiscono vitalità e coerenza interna.

Faticare a sentire non è un fallimento. È la traccia di un sistema che, un tempo, ha fatto esattamente ciò che serviva per sopravvivere.

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